mercoledì 30 gennaio 2013

CARICHE ELETTROSTATICHE DEGLI AEROMOBILI E/O CISTERNE


Anni fa lavorando all'adeguamento di un impianto elettrico di un hangar mi fu posto di risolvere un problema di elettricità statica.
Il problema è quello di eliminare il rischio della scarica involontaria della "carica elettrostatica" in un punto qualsiasi. L'aeromobile e/o l'autocisterna nei loro percorsi si possono caricare sulla superficie di carica elettrostatica che rimane sulla massa metallica in quanto poggiano poi su ruote isolanti dalla terra che è a potenziale zero.
L'obbiettivo quindi è quello di fare avvenire la scarica verso terra in un luogo preciso e controllato e solo nel momento scelto. Tale scarica controllata è necessaria oltre alla pericolosità diretta per l'uomo anche per la presenza massiccia di carburanti altamente infiammabili
Per diverso tempo e anche oggi,  c'è l'omino con le pinze isolate che va a mettere a terra la carcassa (massa) dell'aeromobile e/o cisterna con un "protocollo di sicurezza". L'obbiettivo è quello di fare avvenire la scarica verso terra lontano dall'aereo e solo dopo che la connessione sia avvenuta dalla parte dell'aeromobile. Il protocollo era semplice prima si collega la pinza sull'aeromobile e/o cisterna e solo dopo lontano dalla zona di rischio si collega la pinza all'impianto di terra facendo scaricare ed equipotenzializzanto la massa con la terra.
Il protocollo però sono soggetti alla attenzione dell'uomo che spesso, per varie ragioni, dimentica, ha fretta, agisce per abitudine, è stressato, disattenzione ecc.
La scienza della sicurezza in questo caso cerca sempre di realizzare sistemi "intrinsecamente sicuri". Ora  premesso che controllo l'imbecillità umana nulla può neanche Dio, si cerca di scegliere soluzioni tecniche che riducano al minimo gli errori e quindi il rischio residuo.
Fu pensato un dispositivo tecnico che chiudeva il circuito verso terra solo dopo che era stata inserita la presa sull'aeromobile e/o cisterna, per evitare che l'ominio potesse azionare prima il dispositivo di chiusura, con un semplice consenso rinviato dalla presa che ha cortocircuitato due poli posta sull'aeromobile. Un pulsante lontano dall'aeromobile in fine chiude il contattore che fa scaricare verso terra e mette in equipotenzialità la massa metallica. Un polo del contattore è utilizzato per la ritenuta in modo da mantenere la messa a terra per tutto il tempo che la presa è inserita. Il contattore di apre solo quando si stacca la spina che fa cadere la ritenuta. La tensione di esercizio del contattore, poiché il consenso passa per l'aeromobile è fatta con una tensione di sicurezza ossia 24V, cosi non ci sono problemi di introdurre eventuali tensioni pericolose. Il cavo e  la sua sezione, il contattore vanno chiaramente dimensionati da un progettista ma certamente si consigliano sezioni generose cosi anche per il contattore una capacità sostenuta in AC3.
Giuseppe Turrisi

lunedì 28 gennaio 2013

Promoting occupational safety and health through the supply chain.



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"La sicurezza è un investimento oltre che un diritto, non un costo"
Con il neoliberismo e la moneta debito non si può fare SICUREZZA

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Causalità e colpa nella responsabilità penale nei reati di infortunio e malattia professionale


Causalità e colpa nella  responsabilità penale nei reati di  infortunio e malattia professionale 




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CONVENZIONE SUL LAVORO DIGNITOSO PER LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DOMESTICI, 2011


CONVENZIONE SUL LAVORO DIGNITOSO  PER LE LAVORATRICI E I LAVORATORI DOMESTICI, 2011


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LA SICUREZZA NELLE SALE OPERATORIE


PROCEDURA PER LA SICUREZZA  DEL PAZIENTE IN SALA OPERATORIA: ASL PADOVA


MANUALE INRCA PER LA SICUREZZA IN SALA OPERATORIA

CHEK LIST SALA OPERATORIA  ARS MARCHE


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MATERIARE PER LA FORMAZIONE SICUREZZA



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SICUREZZA E METALMECCANICI


Guida al sopralluogo COMPARTO METALMECCANICO

MANUALE  DI RACCOMANDAZIONI ERGONOMICHE PER IL COMPARTO METALMECCANICO INAIL

GUIDA AL SOPRALLUOGO DEL COMPARTO MECCANICO REGIONE LEOMBARDIA

SICUREZZA SUL LUOGO DI LAVORO  METALMECCANICO - EBER


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venerdì 25 gennaio 2013

CELLULARE E MALATTIA PROFESSIONALE



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ANCORA MORTI BIANCHE!!!! QUANTI MORTI SERVONO PER SVEGLIARCI?

Purtroppo ancora molti, nonostante i proclami, gli impegni, le bocche piene di discorsi sulla sicurezza, la verità è miseramente un'altra. La sicurezza non si fa con le parole, la sicurezza si fa solo investendo risorse seriamente e cospicuamente. Per intervenire su questi assassinii, perché si tratta di omicidi veri e propri, solo che non si riesce ad individuare l’omicida poiché esso grazie ad una legge sempre troppo interpretabile è frammentato su diverse responsabilità, di deve operare con determinazione e convinzione e senza secondo fini speculativi. Come ho sempre detto “la sicurezza o è per tutti o non è sicurezza” deve coinvolgere tutti poiché tutti sono deputati a fare la sicurezza per se stessi e per gli altri. La mancanza di cultura della sicurezza in generale ed ad ogni livello è il problema di fondo, ancora oggi si continua a pensare che il lavoro sia una cosa e la sicurezza un’altra cosa, niente di più sbagliato esiste solo il “lavoro sicuro”, nei corsi che facciamo con l’associazione A.N.E.S.A. una delle fatiche più grosse, soprattutto con gli imprenditori è quella di far capire che non esiste “quello che si occupa di sicurezza” nella azienda, e a lato c’è tutto il processo produttivo; ma esiste si, l’esperto di sicurezza (il RSPP) ma la realizzazione (attuazione) della sicurezza passa per tutti quelli che fanno l’azienda dall’amministratore delegato passando per tutta la gerarchia fino all’ultimo usciere e tutti di fatto sono attuatori di sicurezza e possono essere (diventare) “preposti” di “fatto” e senza nessun incarico specifico (art. 299 dlgs 81/08). Tutto ciò diventa ancora più difficile da capire perché si ha a che fare con il concetto di “responsabilità” e l’umana natura in generale con l’aggiunta dell’italianità di fatto tende ad allontanare qualsiasi tipo di responsabilità. Quando tentammo di fondare la L.U.W. (libera università del web) all’interno vi era (c’è ancora ma stiamo cercando fondi) una facoltà che chiamammo “sicurologia”; ci furono gli imbecilli di turno, che subito non capirono a cosa potesse servire una facoltà di “sicurologia”, e derideva in un post, dicendo voglio proprio sapere chi l’ha inventata e a cosa serve, in un articolo risposi che, proprio l’assenza di “cultura della sicurezza” ci fa capire subito, cosa faccia un avvocato, un medico, un agronomo, un commerciante, un economista, ecc ma non riusciamo a capire, nonostante migliaia di morti l’anno per incidenti, per alcol, per droga, sul lavoro ecc, un “sicurologo” cosa mai potrebbe fare, un esperto della sicurezza che partendo dalla salvaguardia della vita umana in ogni sua forma e sopra ogni cosa studi la sicurezza a 360 gradi, ma questa è la cultura della sicurezza in Italia. L’assenza totale di esperienza e conoscenza, ancora purtroppo relegata a pochi (pochissimi) che la studiano e la promulgano seriamente (ci sono molte università ed associazioni, a dire il vero, ma senza un coordinamento sinergico nazionale di divulgazione, studiano come monadi senza poi spostare questa conoscenza verso il basso, verso il popolo facendola rimanere materia di pura accademica), è necessario rendere il messaggio efficace e diffuso ma questo contrasta con gli obbiettivi di marginalizzazione dei profitti, proprio perché la sicurezza ancora è vista come un costo. Inoltre in chi fa la sicurezza, c’è troppa improvvisazione, ebbene la sicurezza è proprio il contrario e lo studio delle cose prima, lo studio dei rischi, lo studio di come eliminarli, di come ridurli in una parola prevenzione. La prevenzione nasce solo dall’”esercizio continuo” della sicurezza. L’attività di riduzione dei rischi di studio di prevenzione di prevenzione di gestione della sicurezza è una “attività permanente”. Se questa attività viene relegata ad un momento l’anno, ad un corso fine a se stesso, diventa quasi inutile e rasenta la beffa, ed è proprio li l’errore una sicurezza fatta male non è sicurezza. La sicurezza poi, in un mondo economico come il nostro ossia quello in cui la tassazione delle imprese non accenna a diminuire ansi aumenta sempre e non potrebbe essere altrimenti vista la perdita di sovranità monetaria, e dove il concetto della massimizzazione dei profitti mette in secondo piano ogni altra attività, è vista come costo da abbattere, da tagliare tutto per realizzare profitto, e certe volte per rimanere aperti. I costi della sicurezza infatti dovrebbero essere in compartecipazione e non addossati tutti sul datore di lavoro, anche se con lo strumento del virtuosismo qualcosa si è mosso, ma è sempre molto poco. In fine la legislazione italiana delega quasi completamente, e lasciandolo solo, l’imprenditore datore di lavoro a dover affrontare il sistema sicurezza con le proprie risorse, le proprie conoscenze, le proprie sensibilità. L’imprenditore italiano spesso è un self-made e quindi manca di sensibilità e formazione sulle nuove frontiere della sicurezza e su come questa vada fatta funzionare, ancora resiste il concetto “ ho dato incarico a tizio e ci pensa lui a fare tutte le carte”, da queste risposte (nel migliore dei casi) si capisce come la sicurezza non coinvolga pienamente il datore di lavoro rendendolo veramente partecipe e responsabile di quello che veramente è la sicurezza. Servirebbe una legge per esempio che chiunque voglia aprire una impresa ed assumere del personale faccia un corso/esame sulla sicurezza (dlgs81/08). Lo stato con l’esasperazione del “debito pubblico” ha portato agli estremi le privatizzazioni, gli accorpamenti, i tagli, (dovuti in larga parte alla ormai persa sovranità monetaria e alla distribuzione clientelare delle risorse, non che allo sperpero di istituzioni inutili) ha fatto si che gli organismi preposti al controllo (servizi ispettivi del ministero del lavoro, delle ASL) diventassero inappropriati, ed inadeguati, in quantità, qualità, competenza. Il controllo anche preventivo di un ente preposto super partes diventa attività seria di prevenzione, è quasi inutile inasprire le pene che poi non arrivano mai e quando arrivano se arrivano non servono a niente. 

Lo stato non deve solo legiferare fornendo strumenti giuridici validi chiari, e soprattutto non interpretabili, deve anche mettersi in “prima persona” a controllare, promulgare, diffondere formare, e fare attività di prevenzione con controlli ispettivi e verifiche serie e continue. In ultimo si può dire che dalla esperienza si deve imparare, chi non impara dalla esperienza commetterà sempre gli stessi sbagli ebbene per alcune tipologia di attività come si sa è necessario un piano speciale operativo di sicurezza che deve essere approvato dalla ASL (per esempio lo smaltimento dell’amianto) poiché ormai le morti per asfissia in serbatoi, silos, camere interrate cominciano a diventare una statistica preoccupante si faccia una legge dove tali lavorazioni siano soggette o controllo preventivo e validazione del Piano Operativo Speciale di Sicurezza prima di avviare l’attività con un preciso protocollo. 
                                                                                                                                 Giuseppe Turrisi

MANUALE PER LAVORARE CON LA GRU


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Obbligo di formazione specifica per alcune attrezzature da lavoro


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mercoledì 23 gennaio 2013

MICRO CLIMA E NORME ASHRAE


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lunedì 21 gennaio 2013

REQUISITI MINIMI IMPIANTI ELETTRICI DOMESTICI

                               REQUISITI MINIMI IMPIANTI ELETTRICI DOMESTICI
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venerdì 18 gennaio 2013

TESTO UNICO SICUREZZA AGGIORNATO A GEN. 2013

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risposte del Ministero alle domande più frequenti


Risposte del Ministero alle domande più frequenti


finanziamenti per le imprese: dall’INAIL 155 milioni per migliorare la sicurezza sul lavoro


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giovedì 17 gennaio 2013

Gestione dei rischi per la salute e la sicurezza associati alla manutenzione



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mercoledì 16 gennaio 2013

Nota esplicativa procedura per la valutazione del rischio VIBRAZIONI MANO-BRACCIO


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venerdì 11 gennaio 2013

100 SENTENZE DI CASSAZIONE SULLA SICUREZZA SUL LAVORO

               100 SENTENZE DI CASSAZIONE SULLA SICUREZZA SUL LAVORO


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http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/SicurezzaLavoro/PrimoPiano/20130109_TU_coord_genn2013.htm

9 gennaio 2013
Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro Disponibile il testo coordinato nell'edizione gennaio 2013


http://www.lavoro.gov.it/Lavoro/SicurezzaLavoro/PrimoPiano/20130109_TU_coord_genn2013.htm

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L'APPROCCIO ALLA VALUTAZIONE DEL RISCHIO


Spesso nella valutazione del rischio ci si perde perché non si sa da dove cominciare, certamente la norma impone un passaggio che prevede la individuazione del rischio, la sua valutazione, la sua eliminazione, ove non è possibile l'eliminazione la sua riduzione, ed infine la presa di misure prima collettive e poi individuali per la protezione da questi rischi. Oggi quasi sempre i rischi sono quasi tutti classificati e normati  quindi se si applicano le norme giuridiche e tecniche applicabili all'impiego di fatto già si agisce sul "Rischio", rimane  quindi da intervenire sul "rischio residuo" ed il "rischio emergente" (non classificato). Il testo normativo 81/2008 già propone attraverso gli allegati una serie di misure per rischi classificati, cosa significa rischio classificato? In breve significa che quei rischi sono già stati valutati ed affrontati nel passato attraverso disposti normativi, attraverso norme tecniche, attraverso evoluzioni tecnologiche che di fatto già sono una riduzione del rischio se applicate. Si ricorda sempre che il rischio pari a zero non esiste, ciò significa che rimane sempre un "quantità di rischio" che viene definito appunto "rischio residuo". Naturalmente il rischio residuo è una valutazione tecnica e compararlo al "rischio accettabile" diventa difficile perché si cambia piano di riferimento poiché il "rischio acchetabile è una valutazione morale. Ma vediamo un primo approccio per neofiti. Come sappiamo nella formula R=PxD sappiamo che il R(Rischio) è tale solo quando il Pericolo incontra l'uomo con l'esposizione. Un pericolo che non incontra mai l'uomo non sarà mai rischio. L'esposizione quindi è il più grande fronte su cui lavorare nell'ambito della prevenzione. Il lavoro si concentra quindi sulla  P (Probabilità) dell'esposizione all'uomo, ne scaturisce che l'analisi del rischio parte dalla relazione che l'uomo ha con tutto ciò che lo circonda e fa durante la sua vita e in ambito specifico del lavoro durate le ore di lavoro. Sintetizziamo qui in sei macro settori come potrebbero dividersi gli ambiti di analisi per comunicare a realizzare le valutazioni dei rischi in "relazione" alla persona. Ambiente, Gli Altri, Organizzazione, Attrezzature, Macchine, Processi.
Ambiente
-Ergonomia
-Microclima
-Locali
-Illuminazione
-Lay Out
- Impianti
- Rumore
- Antincendio
- Vie di fuga
Interferenze /Gli Altri
-Affollamento
-Colleghi
-Dirigenti e Preposti
-Ospiti
-Clienti
-Ditte esterne
Organizzazione
-Stress
-Tempi di lavoro
-Orario di Lavoro
-Quantità di Lavoro
-PIani di Evacuazione
-Informazione
-Formazione
-Addestramento
ATTREZZATURE
-Scrivanie
-Sedie
-Scale
-Computer
-Secchi
-Seghe
-Trapani
-Compressori
-Penne
-Ecc
Macchine
-Muletti
-Auto
-Autocarri
-Gru
-Auto Gru
-Macchine per lavorazione
- Saldatrici di ogni genere
- Macchine da taglio di ogni genere
-Cancelli
- Carriponte
-Ecc.
Processi
-Metodi
-Protocolli
-Software di gestione
- Vettori
-Piani di lavoro
-Modelli di qualità
-Obbiettivi aziendali
-Ecc.
Si precisa che le macro  aree qui definite possono essere sono sovrapponibili per altri tipi di analisi ed è possibile anche un raggruppamento diverso da quello presentato, cosi come  l'elenco non è certo esaustivo ma certamente da un quadro quasi a 360° di come indirizzare l'esplorazione per la valutazione. Vi sono in letteratura anche una serie di Chek liste che aiutano a cominciare a fare una prima raccolta dei rischi potenziale facendo una prima anagrafe dei rischi per poi poterli valutare e quindi operare nella loro eliminazione e/o riduzione. Ogni singola voce di ogni macrosettore prevede una trattazione specifica dedicata che indaghi la tipologia di rischio e o la combinazione di più rischi. All'interno di queste macro-aree sussistono certamente i rischi classificati di cui ne ricordiamo alcuni: Rischio elettrico, Rischio Meccanico, Rischio Chimico, Rischio Biologico, Rischio caduta, Rischio Amianto, Rischio Sanitari, Rischio stress da lavoro correlato. La trattazione della valutazione sarà oggetto di un'altro articolo Giuseppe Turrisi

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IL CODICE DELLA SICUREZZA AZIENDALE



Cosa è il codice di sicurezza aziendale? In una azienda di un certo livello che ha un S.P.P. (Servizio di Prevenzione e Protezione) e applica un S.G.S. (Sistema di Gestione della Sicurezza) certamente ha una architettura della sicurezza notevole. Come si sa la sicurezza è un processo in evoluzione, si dice che la sicurezza non si ferma mai". In una architettura complessa oltre ai documenti canonici come il DVR (Documento di Valutazione del Rischio, già Piano di sicurezza), il "Piano di Emergenza", il "Piano di Evacuazione", il "Registro Antincendio" vi sono dei documenti accessori non certo obbligatori ma di rilievo che fanno capire la "qualità della sicurezza" (OSHAS  18000) che si opera in quella azienda. Immaginate di avere in un libro unico, spiegata la filosofia della sicurezza calata nella realtà aziendale, con raccolti tutte le procedure aziendali di tutti i reparti con una spiegazione generale una prefazione ed una spiegazione di tutti i protocolli reparto per reparto. Non sono molte aziende che arrivano ad avere questo documento ma chi ci arriva è certamente un professionista della sicurezza. Un libro che racconta e spiega tutta la filosofia della sicurezza ambientale come è stata, pensata come è stata attuata, come viene mantenuta ed aggiornata. Da non confondere con il DVR che può contenere gli stessi argomenti ma la chiave espositiva è diversa. Il codice di sicurezza aziendale diventa come un manuale della sicurezza aziendale, ma mentre il DVR potrebbe contenere delle notizie sensibili che non devono essere divulgare ed è uno strumento in mano al datore di lavoro, al RSPP, al medico competente, al RLS e a disposizione degli eventuali ispettori, il "codice della sicurezza" invece è un documento che dovrebbe essere in mano di ogni dipendente dell'azienda compreso tutta la parte dirigenziale a cominciare dal datore di lavoro. Giuseppe Turrisi
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CHIARIAMOCI SUL R.S.P.P


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Sempre più spesso c'è una confusione sull'acronomio R.S.P.P. in cui una errato significato può creare non poche difficoltà  oltre che fraintesi anche nello stesso svolgimento di tale ruolo. L'interpretazione errata di cui, senza motivo, ne gioisce il datore di lavoro, è quella che il R.S.P.P. sia il "Responsabile della Sicurezza", di fatto l'unico responsabile della sicurezza è solo i datore di lavoro. Il fatto che il RSPP abbia delle responsabilità in materia di sicurezza nello svolgimento del suo incarico è un'altra cosa ed è attinente al principio di "scienza, coscienza ed esperienza" ma non certo perché il RSPP sia il responsabile della sicurezza. La giusta interpretazione che vuole anche l'impianto normativo sulla sicurezza è quella di Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione che è un'altra cosa. La funzione del R.S.P.P.quindi è un'altra. Il datore di lavoro furbetto di fatto ama delegare la funzione di "Responsabile della Sicurezza" ma questo non è possibile tanto è vero che il legislatore riporta in capo al datore di lavoro due attività non delegabili che sono la valutazione del rischio e la nomina del R.S.P.P. Perchè il legislatore impone al datore di lavoro la valutazione del rischio, perché lui e lui solo conosce il rischio aziendale, o ne è il primo interessato, in quanto proprietario, e quindi è in capo a lui la "responsabilità sulla sicurezza". Rimane ovvio che se il datore di lavoro svolge anche la funzione di RSPP cade su di lui tale responsabilità ma perché  anche datore di lavoro. Giuseppe Turrisi


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mercoledì 9 gennaio 2013

GUIDA INALI SULLA LAVORAZIONE DEL LEGNO



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giovedì 3 gennaio 2013

rischio da sovraccarico biomeccanico

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mercoledì 2 gennaio 2013

CASELLARIO CENTRALE INFORTUNI

 
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PER LA TUA SOVRANITA'
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